Garlasco, riemerge una traccia chiave: nuova impronta sulle scale e profili criminologici dei possibili complici

Un nuovo, potenziale elemento fisico riaccende i riflettori sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco. Sul gradino più alto della scala della villetta è stata individuata una nuova impronta di scarpa insanguinata. La scoperta, riportata dai TG nazionali, era stata anticipata mesi fa dall’analista Enrico Manieri.
La Procura di Pavia ritiene che l’impronta avvalori l’ipotesi dell’assassino che, dopo il delitto, si sia soffermato a osservare la scena dall’alto. Una posizione che risulterebbe compatibile con la famosa “impronta 33” isolata sul muro accanto al corpo di Chiara, traccia attribuita dai consulenti al nuovo indagato Andrea Sempio.
Parallelamente, un’analisi criminologica indipendente, condotta da Desire Gullo per Noar Detective Italia, rilegge la dinamica alla luce di modelli teorici. L’attenzione si sposta sui possibili ruoli di eventuali complici, partendo da una rilettura della scena e degli oggetti rinvenuti.
L’analisi prende le mosse dalle osservazioni di Manieri sul portavaso di ferro trovato a terra. Le ferite al volto di Chiara Poggi potrebbero essere compatibili con un urto violento contro quell’oggetto, forse trascinato nella caduta dopo un primo colpo da dietro. Il vaso di ottone presentava un’ammaccatura e tracce brunastre.
Queste tracce, sottoposte al luminol, diedero esito negativo. Manieri ipotizzò una ripulitura dell’oggetto con agenti chimici, come la candeggina. Una teoria estesa a una porzione di pavimento, dove furono notate aree schiarite dopo lo spostamento di un divano, anch’esse negative al luminol.

La scena, dunque, mostra segni di una manipolazione post-evento. La dinamica complessiva, secondo l’analisi criminologica, suggerisce un delitto d’impeto, con violenza espressiva e orientata al dominio, seguito da una fase attiva di “gestione del danno”. La ripulitura, però, appare selettiva, non totale.
Proprio questa selettività è un indicatore cruciale. Studi criminologici indicano che la ripulitura parziale è più frequente nei delitti con complice. La presenza di più soggetti permette una divisione dei ruoli: uno può agire, un altro “riparare”. Ciò aumenta l’efficacia e riduce il rischio identificativo.
L’analisi di Gullo applica al caso Garlasco modelli di criminologia comparata, come quelli di David Canter, che descrivono ruoli funzionali spesso asimmetrici in gruppi non pre-organizzati. Non si tratterebbe di una banda, ma di ruoli emergenti per gestire una situazione critica dopo il fatto.
Il primo ruolo è il coautore attivo: partecipa direttamente alla violenza, condividendo l’escalation con l’offender principale. Il legame è pregresso e forte, basato su condivisione emotiva di rabbia o frustrazione. Non esiste una pianificazione raffinata in anticipo.
Poi c’è il facilitatore: figura chiave nei delitti non predatori. Non colpisce, ma rende possibile l’accesso alla casa, garantendo una presenza che non allarma e abbassa le difese della vittima. È tipico di contesti domestici e reti sociali strette.

Un terzo ruolo è il compagno passivo o follower: è presente, ma non innesca né interrompe l’azione. Subisce un contagio comportamentale e una diffusione di responsabilità. Spesso sottovalutato, questo profilo è molto frequente e può provare un forte senso di colpa successivo.
Cruciale è la figura del gestore post-evento. Entra in gioco dopo il fatto, aiutando a ripulire, spostare oggetti, ridurre le tracce e costruire una versione credibile dei fatti o un alibi. È più freddo, meno coinvolto emotivamente e orientato al controllo.
Infine, il legante è colui che tiene unito il gruppo dopo l’accaduto, normalizzando, razionalizzando e mantenendo il silenzio. Opera una riscrittura dei fatti, minimizzando l’accaduto e creando una coerenza narrativa condivisa che protegge il gruppo nel lungo termine.
Applicando questi modelli, l’analisi ipotizza che nella scena di Garlasco possano essere stati presenti più di questi ruoli. La ripulitura selettiva e la gestione delle tracce indicherebbero una lucidità post-evento e un supporto logistico, anche minimo, dall’esterno.

Il gestore materiale della pulizia e un eventuale gestore del controllo dei danni e della narrazione potrebbero essere figure distinte. Il “legante”, che potrebbe essere una persona vicina al gruppo ma non fisicamente presente quella notte, avrebbe il compito di cucire la versione condivisa.
Questo profilo potrebbe anche aver aiutato in seguito a livello legale, per mantenere coerente la storia costruita. L’analisi sottolinea come si tratti di modelli teorici applicati al caso, non di accuse, ma di strumenti per valutarne compatibilità e somiglianze.
Intanto, sul fronte investigativo ufficiale, la nuova impronta sulle scale si intreccia con altri elementi. Emergono dubbi sull’orario della morte dalla perizia disposta dall’IPM della consulente Cristina Cattaneo, che sposterebbe in avanti le lancette rispetto all’ora stabilita in Cassazione.
La Cassazione, confermando la condanna all’ergastolo per l’ex fidanzato Alberto Stasi, aveva fissato la morte in un arco temporale compatibile con la sua posizione. Il nuovo elaborato peritale, non ancora depositato in procura, potrebbe riaprire un capitolo processuale cruciale.
La traccia 33 e la nuova impronta sulle scale diventano così tasselli di un puzzle ancora incompleto. Da un lato le indagini tradizionali cercano riscontri fisici decisivi, dall’altro l’analisi comportamentale prova a disegnare i contorni di una dinamica che forse non ha avuto un solo attore.
Il caso Garlasco, a distanza di anni, continua a vivere di dettagli riletti, nuove tracce e modelli interpretativi. La verità giudiziaria si costruisce sulle prove, ma la comprensione della tragedia passa anche attraverso l’analisi di quei ruoli umani che possono celarsi dietro un crimine.